
Nata nel 1953, laureata ad Harvard, Benazir Bhutto era stata per due volte primo ministro del Pakistan.
Accusata di corruzione, nel 1998 aveva abbandonato il Paese e si era trasferita in Dubai.
Da allora la situazione politica pakistana ha conosciuto numerosi cambiamenti. Il Paese stava diventando una potenza nucleare (per inciso, era stato proprio il padre di Benazir, all'epoca primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto, ad avviare il programma nucleare pakistano nel 1972) e proprio nel 1998 aveva effettuato i suoi primi test atomici.
Proprio a causa del programma nucleare, le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan si erano fatte molto tese.
Ancora nel 1998 Al-Qaeda pubblicava la sua "dichiarazione di guerra" contro gli Stati Uniti, peggiorando la posizione internazionale del Pakistan i cui servizi segreti erano sospettati e accusati di collaborare con Osama Bin Laden e la sua rete terroristica.
Nel 1999 il generale Pervez Musharraf era diventato Presidente del Pakistan con un colpo di stato.
Nel 2001, dopo gli attentati dell'11 settembre, Musharraf aveva imposto un radicale mutamento alla politica di contenimento e tolleranza seguita fino a quel momento nei rapporti con l'integralismo islamico. La decisione era frutto della forte pressione internazionale conseguente agli attentati di Al-Qaeda, ma soprattutto dell'esigenza americana di impedire che i guerriglieri fondamentalisti in fuga dall'Afghanistan trovassero rifugi e appoggi in Pakistan.
Da quel momento il governo pakistano e lo stesso Musharraf entrarono nell'elenco degli obiettivi di Al-Qaeda
Nei primi giorni di ottobre del 2007, Musharraf aveva concesso un'amnistia per i reati commessi dalla Bhutto, consentendole così di rientrare in patria e di assumere la guida del principale partito di opposizione (il PPP), in seno al quale candidarsi alla presidenza del Paese in vista delle elezioni dell' 8 gennaio 2008.
La Bhutto presentava un programma politico basato sulle riforme sociali ed economiche, sulla piena democratizzazione del paese, sull'eliminazione delle discriminazioni di religione e di sesso e sulla lotta contro il terrorismo. La donna rappresentava, agli occhi di molti, la persona giusta per traghettare il Paese verso una democrazia di tipo occidentale e pertanto godeva dei favori di buona parte della comunità internazionale ed in particolare degli Stati Uniti.
Un sondaggio, ordinato dall' International Republican Institute di Washington (organismo legato al partito repubblicano statunitense) aveva evidenziato che la stragrande maggioranza dei pakistani era contraria a una rielezione di Musharraf.
Queste premesse sono importanti per comprendere alcuni aspetti fondamentali:
1) La Bhutto era favorita alle elezioni dell'8 gennaio 2008;
2) Musharraf ha dovuto piegarsi alle pressioni internazionali in materia di lotta al terrorismo ma la Bhutto prometteva di andare oltre, agendo anche a livello sociale per una democratizzazione del paese;
3) Dal punto di vista del fondamentalismo islamico, sia Musharraf che la Bhutto erano "nemici", ma la seconda costituiva una minaccia più ampia e profonda;
4) Musharraf non poteva evitare queste elezioni e non poteva evitare il confronto con la Bhutto, se voleva legittimare il proprio potere di fronte alla comunità internazionale;
5) Gli Stati Uniti avevano tutto l'interesse a una vittoria della Bhutto che avrebbe consentito di avviare un vero processo di democratizzazione del paese secondo standard occidentali.
Al-Qaeda (e qui ci riferiamo non solo all'organizzazione in senso stretto, ma anche alla galassia di gruppi fondamentalistici che in essa si riconoscono) aveva tentato di uccidere la Bhutto già al suo arrivo in Pakistan, il 18 ottobre 2007. Un attentato esplosivo lungo il tragitto del corteo che la riportava a casa, aveva provocato circa 140 morti e centinaia di feriti. Un vero bagno di sangue al quale, però, era scampata.
La Bhutto ha però commesso un grave errore in conseguenza di quell'attentato: ha accusato senza mezzi termini i servizi segreti di Musharraf.
Ora, non c'è dubbio che elementi più o meno influenti dei servizi segreti e dell'apparato governativo e militare potessero avere interesse a colpire la Bhutto (ma questa ipotesi, per quanto logica e ragionevole, al momento non è supportata da alcun riscontro oggettivo) ma di sicuro non è stata una mossa prudente quella di cavalcare questa ipotesi.
Con quelle dichiarazioni, la Bhutto ha regalato ad Al-Qaeda un'ulteriore, ottima ragione di eliminarla: prendere due o più piccioni con una fava.
Eliminando la Bhutto in questo contesto, infatti, Al-Qaeda si assicurava di togliere di mezzo un micidiale avversario, di alimentare un clima di sospetto e di tensione contro l'altro suo nemico Musharraf, di spaccare e destabilizzare il paese più di quanto già non lo sia, di dare ampi spazio di consenso ai fondamentalisti che si oppongono al governo.
Se questo giochetto sia riuscito o meno, lo sapremo nel prossimo futuro, ma intanto l'uccisione della Bhutto è stata conseguita, con un attentato suicida che ha lasciato sul terreno decine di altre vittime.
La tragedia impone importanti riflessioni.
La prima è che il terrorismo va affrontato con compattezza: le tensioni sociali e politiche e i conflitti di potere nell'ambito di uno Stato, lo rendono estremamente vulnerabile nei confronti del fondamentalismo politico e religioso, che sfrutta quelle spaccature per amplificare gli effetti sociali e politici dei propri attacchi.
La seconda è che Al-Qaeda e il terrorismo fondamentalista in genere continuano a colpire con estrema precisione e forza in Africa, in Medio Oriente e in Asia. La lotta al terrorismo è ancora ben lontana dal conseguire un accettabile risultato e tale risultato non può prescindere da una piena stabilizzazione dell'Afghanistan e del Pakistan che assicuri il controllo del territorio e in particolare della fascia di confine tra i due Stati.
La terza è che la prevenzione, la repressione e il contrasto militare hanno efficacia solo là dove il contesto sociale e territoriale impediscono al fondamentalismo di contare sul sostegno di frange più o meno ampie di popolazione e di istituzioni. Negli altri casi, la soluzione - prima ancora che militare e repressiva - dev'essere necessariamente politica e sociale.
La quarta è che la comunità internazionale deve fare di più e meglio. Sinora il compito di gestire seriamente il problema su scala globale è stato in capo agli Stati Uniti che però non riescono ad affrontarlo efficacemente con strumenti che non siano solo quelli militari. L'Europa, le Nazioni Unite, le altre superpotenze, devono entrare nella partita assicurando il proprio peso e la propria esperienza in termini di interventi sociali, politici, economici, diplomatici. Le due capacità (militare e politica) devono agire sinergicamente, la prima deve fornire la cornice di sicurezza in cui deve operare la seconda.
Finchè una parte del mondo starà combattendo a colpi di cannoni e di bombe e l'altra si limiterà a rilasciare dichiarazioni e comunicati, il terrorismo non sarà sconfitto.