L'autorità giudiziaria irakena ha confermato la condanna a morte sentenziata in primo grado contro l'ex dittatore irakeno Saddam Hussein.
Di certo non nutriamo sentimenti di simpatia nei confronti di questo individuo, responsabile di numerosi massacri nei confronti del popolo irakeno e delle varie etnie presenti su quel territorio, responsabile di aver causato quell'immane bagno di sangue rappresentato dalla guerra Irak-Iran, responsabile dell'invasione del Kuwait, responsabile dell'impoverimento dell'Irak, responsabile di aver finanziato e appoggiato il terrorismo islamico in varie forme.
Senza false ipocrisie, non nascondiamo che se una bomba o un missile avessero posto fine alla sua vita, così come è accaduto per Al-Zarqawi, non avremmo trovato nulla da eccepire.
Ma nel momento in cui è stato catturato ed è finito davanti a un tribunale, entrano in gioco principi diversi, almeno per noi.
Siamo contrari alla pena di morte, nei confronti di qualsiasi criminale e di qualsiasi crimine.
Innanzitutto, non è detto che la pena di morte sia la condanna più severa: un ergastolo (effettivo) può essere molto più duro e punitivo di una comoda morte.
In secondo luogo, ma non per importanza, non c'è mai modo di essere certi al 100 % della colpevolezza di una persona. Nemmeno nel caso di Saddam Hussein. Nemmeno nel caso di un'ammissione di colpa o di una piena confessione. Certo, possiamo essere ragionevolmente sicuri, anche assolutamente sicuri, che Saddam Hussein sia responsabile dei crimini per i quali è stata emessa la sentenza capitale... ma una volta affermato il principio che un tribunale ha il potere di giudicare un uomo e di metterlo a morte, questo potere non vale solo per Saddam Hussein ma anche per altri criminali, e poichè un tribunale è fatto di giudici, ed ogni giudice è un essere umano, e come tale può sbagliare, non c'è modo di essere certi che non possa accadere che un tribunale sentenzi a morte una persona innocente.
Non condividiamo, quindi, l'apprezzamento di Bush per la condanna (così come non condividiamo la legittimazione della pena di morte in alcuni stati degli USA e in altre nazioni) e avremmo di gran lunga preferito che nel nuovo Irak non ci fosse stata una legislazione che consentisse l'applicazione della pena di morte.
D'altro canto, dobbiamo essere consapevoli che mantenere Saddam in carcere a vita, avrebbe potuto portarci, prima o poi, a trovarci nella situazione in cui un gruppo terroristico minacci l'uccisione di ostaggi innocenti e proponga di scambiare la loro vita con la liberazione dell'ex dittatore.
In quel caso, quale sarebbe stata la posizione del mondo civile?
Così come difendiamo il principio dell'illegittimità della pena di morte, sapremmo difendere quello di non accettare in alcun modo il ricatto terroristico?
Sapremmo resistere, un domani, all'istanza di grazia presentata da un ex-dittatore vecchio e malato?
Riusciremmo ad evitare che Saddam, dal carcere, diventi ricco e famoso vendendo interviste e scrivendo libri?
Queste cose sono già successe: abbiamo visto come gli autori dei crimini più efferati siano riusciti ad evitare di scontare le pene cui erano stati condannati e siano riusciti perfino a diventare personaggi riveriti e rispettati.
No alla pena di morte, quindi. Ma con lo stesso vigore con il quale ci si oppone alla pena di morte, occorre avere anche la coerenza di opporsi a tutte le forme di riabilitazione nei confronti di sanguinari criminali che avrebbero meritato quella pena.