C'è un grande insegnamento che perviene dai lavori dell'inchiesta della Commissione Indipendente sui fatti dell'11 settembre: di fronte a un evento che ha determinato la morte di circa tremila persone e la distruzione del World Trade Center, simbolo di New York e degli Stati Uniti, e che ha segnato il fallimento dell'intelligence americana, dei servizi investigativi anti-terrorismo e della difesa aerea militare, nessuno ha cercato di addossare a una o più persone singole quelle responsabilità che invece appartenevano a tutto il sistema, e che affondavano le proprie radici in anni e anni di errori e di sottovalutazione della minaccia.
Sarebbe stato semplice accusare il generale Caio, o il controllore di volo Tizio, o il ministro Sempronio.
Semplice, ma ingiusto, perchè la colpa era di stata di tutti in generale, ma di nessuno in particolare.
E' stata, quindi, una decisione giusta e coraggiosa, che ancora oggi è fonte di roventi polemiche avanzate da numerosi familiari delle vittime di quegli attentati (e questo è comprensibile: non è facile accettare che nessuno paghi per una simile tragedia) ed è uno dei cavalli di battaglia dei teorici della cospirazione.
Sul caso Calipari la Giustizia italiana ha fatto l'opposto: qualunque sia la verità dei fatti, è fondamentale accusare qualcuno. Se poi quel qualcuno è un militare americano, tanto meglio.
Come si ricorderà, la sera del 4 marzo 2005 il funzionario dei servizi segreti Nicola Calipari era a bordo di un'autovettura, condotta da un altro agente segreto, che trasportava la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, appena liberata dai suoi sequestratori, in Iraq.
L'autovettura percorreva la strada che portava all'aeroporto di Baghdad, dove un aereo militare era pronto per evacuare la giornalista, quando incappò in un posto di blocco predisposto dall'esercito americano. L'autovettura non si fermò e fu fatta segno di alcuni colpi di armi automatiche. Calipari restò ucciso, la Sgrena fu ferita.
Sulla vicenda sono state svolte due inchieste, una americana e una italiana.
Secondo la ricostruzione americana, gli italiani non avevano avvertito nessuno del loro arrivo, e l'autovettura di Calipari ignorò i segnali di avvertimento dei militari americani e non rallentò la propria andatura, valutata in non meno di 80 km/h. Dopo alcuni colpi di avvertimento, poichè l'auto non accennava a fermarsi o rallentare, i militari fecero fuoco contro di essa. I comandi americani hanno concluso che i loro militari osservarono le regole di ingaggio in vigore.
La ricostruzione italiana conferma che non fu fatto avviso dell'arrivo del convoglio, ma precisa che non c'era nessun obbligo di avvisare gli americani. Secondo questa ricostruzione, l'auto di Calipari non viaggiava a più di 50 km/h e non si fermò perchè il posto di blocco non era stato adeguatamente segnalato. Conclude pertanto che l'incidente fu causato dalla mancanza di segnaletica e dall'inesperienza dei soldati americani.
I due rapporti sono facilmente reperibili in rete, e noi li abbiamo letti entrambi.
Anche a voler scartare completamente la ricostruzione americana e fare affidamento solo su quella italiana, appare evidente che se c'è stata una colpa, essa non va certo ricercata nella persona che quella sera ha premuto il grilletto, ma semmai in chi aveva la responsabilità di quel posto di blocco e non aveva provveduto a predisporre una adeguata segnaletica di avvertimento.
Ma c'è di più.
Il rapporto italiano, infatti, a pag. 47 spiega che l'autovettura di Calipari sbucò da una rampa, che si trovava a 120 metri dalla posizione dei militari, al buio. Quando i militari americani videro l'auto, essa si trovava quindi a 120 metri di distanza.
Ora, 120 metri, a 50 km/h, si percorrono in appena 8 secondi e mezzo (a 80 km/h il tempo si riduce a poco più di 5 secondi).
In questi 8 secondi, i militari americani hanno visto l'auto, hanno puntato su di essa un faro luminoso molto potente (sul punto tutte le fonti sono concordi), hanno sparato alcuni colpi di avvertimento (anche su questo punto le fonti concordano) e hanno dovuto decidere se sparare contro l'auto oppure no (rischiando - se fosse stata un'autobomba kamikaze - di morire tutti).
Questi sono dati di fatto, non teorie.
Come si può pretendere di giudicare, in un contesto simile, il comportamento del soldato Mario Lozano che era responsabile della mitragliatrice e pertanto colui che in pochi secondi doveva decidere se sparare o se rischiare di morire assieme ai soldati che aveva il compito di proteggere?
A voler proprio cercare il pelo nell'uovo, sarebbe stato più corretto mettere sotto accusa il comandante della squadra (per non aver adeguatamente posizionato e segnalato il posto di blocco) o meglio ancora chi aveva ordinato a quella squadra (che non disponeva di cartelli di segnalazione) di posizionare il posto di blocco in quel punto e in quel modo.
E invece no. Chi finisce rinviato a giudizio? L'ultima rotellina dell'ingranaggio, il soldato che ha premuto il grilletto.
Motivo? E' l'unica persona contro la quale si può configurare il reato di omicidio volontario (perchè ha premuto il grilletto), mentre per i suoi superiori al massimo si potrebbe configurare quello di omicidio colposo. E per garantire la competenza a perseguire il povero Lozano, occorre persino configurare l'ipotesi di un reato politico!
Due stratagemmi procedurali, quindi, al solo scopo di imbastire un processo contro una persona qualsiasi. L'importante, evidentemente, è che si processi qualcuno.
Il resto viene da sè: scontata, infatti, la posizione del Governo americano, che non intende concedere l'estradizione. Così, oltre al capro espiatorio, si ottiene di far fare un'altra figuraccia agli americani, cosa che certamente farà piacere in certi ambienti "nostrani".